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Cielo nero
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Pianeta e la luna
Pianeta e la luna

Albert Einstein

"Un essere umano è parte di un tutto che chiamiamo universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Sperimenta se stesso, i pensieri e le sensazioni come qualcosa di separato dal resto, in quella che è una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una sorte di prigione che ci limita ai nostri desideri personali e all’affetto per le poche persone che ci sono più vicine. Il nostro compito è quello di liberarci da questa prigione, allargando in centri concentrici la nostra compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la natura nella sua bellezza."

Il Cento C’è: Riscoprire l’Umano attraverso la Rivoluzione dei Cento Linguaggi


1. Introduzione: il rischio della semplificazione

Viviamo in un’epoca di paradossi: siamo iper-connessi digitalmente, eppure ci scopriamo spesso fragili e privi di una reale profondità affettiva.

In questa società della fretta, l'educazione rischia di scivolare verso una semplificazione riduttiva, trasformandosi in una mera trasmissione di prestazioni misurabili.

Il Reggio Emilia Approach sorge come un argine a questa deriva, configurandosi non come un "metodo" rigido di ricette operative, ma come un orientamento culturale e politico che sfida la frenesia moderna.

Questa prospettiva non nasce nel vuoto; è il frutto di un dialogo fecondo con le grandi tradizioni pedagogiche del Novecento.

Si alimenta della visione di John Dewey sulla scuola come comunità democratica, del costruttivismo di Jean Piaget, delle intuizioni socioculturali di Lev Vygotskij e dell'attenzione montessoriana per l’ambiente preparato.

È un invito a sostare, a rallentare e a rimettere al centro un’immagine di bambino competente, inteso come un atto di resistenza consapevole contro l'appiattimento dell'esperienza umana.

2. Il "Cento" che C’è: oltre il furto dei linguaggi

Loris Malaguzzi, fondatore e anima dell’esperienza reggiana, ha denunciato con forza la tendenza delle istituzioni tradizionali a frammentare l’essere umano.

Nel tentativo di alfabetizzare precocemente, la scuola spesso finisce per "rubare" al bambino la sua complessità, imponendo una cesura tra il fare e il pensare.

Questa "denuncia poetica" rimane di una attualità disarmante.

In un sistema che premia l'efficienza performativa, il corpo e l'immaginazione vengono spesso declassati a distrazioni, anziché essere celebrati come motori primari della conoscenza.

"Al bambino vengono sottratti novantanove linguaggi, separando la testa dal corpo, la ragione dall’immaginazione, il pensiero dall’emozione, il gioco dal lavoro, il sentire dal capire."

Riconoscere che "il cento c’è" significa accogliere il bambino come soggetto unitario.

Significa proteggere il dialogo tra il linguaggio verbale e quelli grafici, plastici, musicali e scientifici, permettendo a ogni bambino di abitare il mondo con l'interezza della propria natura.

3. L'Ambiente come "Terzo Educatore": la bellezza non è un ornamento

Nel contesto reggiano, lo spazio non è un fondale inerte, ma un attore pedagogico con una propria voce: il "terzo educatore".

Qui la bellezza assurge a vera e propria categoria pedagogica; non è un decoro estetico, ma una forza che genera appartenenza, responsabilità e desiderio di cura.

L’osservazione lenta di un giardino, la cura di un orto o l'ascolto dei suoni del vento non sono attività ricreative, ma atti politici e pedagogici. Recenti ricerche in ambito ecologico e neuroscientifico confermano come l'essere umano sia parte di sistemi complessi; pertanto, lo stupore davanti alla natura diventa uno strumento per comprendere l'interdipendenza tra l'uomo e il vivente.

L’ambiente educante si fonda su principi imprescindibili:

  • Cura dei materiali: L'uso di elementi naturali e intelligenti che sollecitano l'esplorazione sensoriale e il pensiero divergente.

  • Trasparenza e luce: Ambienti che favoriscono la connessione tra interno ed esterno, promuovendo una percezione di apertura e dialogo costante.

  • Flessibilità e partecipazione: Luoghi non rigidi che si adattano ai processi di ricerca dei bambini e ne accolgono le soggettività.

  • Dignità dell'outdoor: Il giardino e gli spazi aperti godono di pari dignità educativa rispetto alle aule interne, offrendo laboratori viventi di biodiversità e scoperta.

4. Emozioni vs spettacolo: l'argine alla cultura del consumo

Umberto Galimberti ci avverte che la contemporaneità tende a esibire l'emozione come uno spettacolo: un'esperienza rapida, consumabile e immediatamente condivisibile, ma spesso priva di elaborazione simbolica.

L'educazione ha il compito di offrire un'alternativa radicale: trasformare l'emozione da impulso a linguaggio.

Questa alfabetizzazione profonda richiede ritualità rassicuranti e, soprattutto, "tempi lenti".

Non si tratta di parlare genericamente di emozioni, ma di costruire contesti stabili dove il bambino possa sostare nelle proprie esperienze interne, sviluppando una reale capacità simbolica.

Questo impegno è un dovere riflessivo che coinvolge innanzitutto l’adulto.

Insegnanti e genitori devono adottare una postura professionale quotidiana fatta di ascolto autentico e consapevolezza relazionale, accettando di essere essi stessi interlocutori in continua formazione, capaci di gestire il conflitto e la risonanza affettiva senza scorciatoie.

5. La dignità della domanda: essere umani oltre la sopravvivenza

Che cosa significa, in fondo, essere umani?

Come suggerito da Vittorio Gallese e Michele Morelli, l'umanità si manifesta nel gesto del domandare, in quella capacità di eccedere la nuda sopravvivenza biologica per interrogarsi sul senso.

Quando un bambino chiede "perché?", sta inaugurando una dimensione simbolica, etica e relazionale che è la forma più alta della nostra specie.

In questo scenario, l'insegnante non è un dispensatore di risposte precostituite, ma un "compagno di esplorazione" che ha il coraggio di sostare nell'incertezza e di abitare la complessità insieme ai bambini.

"La domanda apre spazi di senso e riconsegna profondità all’esperienza, permettendo di abitare il mondo come soggetti consapevoli, capaci di trasformare la curiosità in un percorso di ricerca condivisa."

6. La scuola come comunità: un atto di democrazia partecipata

Ispirandosi al pensiero di Paulo Freire e alla complessità di Edgar Morin, la scuola si configura come una comunità educante: uno spazio pubblico di elaborazione culturale e democrazia.

Qui i bambini sono riconosciuti come soggetti di diritto a tutti gli effetti, partecipi della co-costruzione dei significati e della vita della polis.

In questa visione, l'organizzazione non segue logiche gerarchiche rigide, ma promuove una leadership pedagogica diffusa.

Il coordinatore pedagogico non agisce come un manager burocratico, ma come un "regista culturale" che sostiene la collegialità del gruppo docente, cura il dialogo con le famiglie e garantisce che ogni scelta — dalla documentazione alla gestione degli spazi — rifletta una responsabilità etica verso il bene comune.

7. Conclusione: un futuro da abitare con meraviglia

Guardando alle sfide dell'Agenda 2030, appare evidente che l'educazione non può limitarsi all'istruzione tecnica.

Abbiamo bisogno di una giustizia intergenerazionale che riconosca nuovi diritti in chiave contemporanea: i diritti digitali, il diritto alla partecipazione reale e, soprattutto, il diritto alla lentezza in una società accelerata.

Il futuro richiede una scuola capace di riconnettere ciò che è stato separato: la mente e il corpo, la ragione e l'emozione, l'uomo e la natura.


Il Centro Internazionale Loris Malaguzzi continua a ricordarci che l'educazione è un laboratorio di umanità permanente, dove l'atelier diventa lo spazio per ricercare un'estetica della cura per il pianeta.

Siamo pronti, come adulti e cittadini, a sfidare le convenzioni e a restituire ai bambini i novantanove linguaggi che abbiamo tolto loro, per costruire insieme una società che sappia finalmente abitare il mondo con meraviglia e rispetto?



 
 
 

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